IN VIRGILIO

Acqua pubblica in (s)vendita, chi ci guadagna e chi ci perde

Si apre la stagione dei saldi dei servizi pubblici locali, l'acqua innanzitutto. Poca trasparenza delle operazioni e pochi soldi per i cittadini

Pubblicato il 02/12/09in Economia, Soldi,|TAG: acqua, privatizzazioni, servizi pubblici

acqua in svendita

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L'acqua è sempre più calda. Sul controllo e il possesso dell'oro blu è in corso ormai da tempo uno scontro globale. E, più di recente, anche uno locale. E' quello che si è aperto attorno al decreto Ronchi, più noto come decreto di privatizzazione dell'acqua, la norma che prevede la cessione obbligatoria ai privati di almeno il 40% delle società municipalizzate che gestiscono la rete idrica.

Liberalizzazione all'italiana
Ma la di là dell'avversione "ideologica" al provvedimento – sono in molti a pensare che sia moralmente, politicamente ed economicamente sbagliato privatizzare un bene essenziale come l'acqua – ci sono alcuni aspetti "tecnici" di questa dismissione che lasciano perplessi. In altre parole: se proprio vogliamo vendere l'acqua ai privati garantiamo almeno criteri di garanzia e trasparenza nelle cessioni, in modo che a guadagnarci siano davvero i cittadini. E invece non sembra che sia sempre così.

La norma prevede due modalità per la gestione dei servizi idrici, una "ordinaria" e una "straordinaria". Nella prima ipotesi la gestione del servizio idrico dev'essere affidata a un soggetto privato scelto con una gara pubblica. Ma la gara può essere evitata – ed è l'ipotesi "straordinaria" – se il servizio pubblico è gestito tramite una cosiddetta società in house, cioè una società su cui l'ente locale esercita un controllo molto stretto. Ma quest'ultima è ormai la modalità di gestione prevalente: sono pochi i comuni che gestiscono i servizi pubblici in proprio, quasi tutti utilizzano società controllate (le municipalizzate). Ecco il primo paradosso: quella che la legge definisce "straordinaria" è in realtà la situazione di gran lunga più frequente.

Acquirenti già definiti?
Questa ripartizione ha una conseguenza importante. La cessione del 40% delle società in house conviene molto ai comuni rispetto alla gara pubblica (al punto che, se le municipalizzate non ci sono, sarà vantaggioso crearle). Questo perché:

- fa affluire liquidità – seppur limitata (v. dopo) – nelle casse comunali ormai piuttosto provate,

- consente di mantenere un controllo pubblico sulle aziende (seppure ridotto del 40%) e di piazzare i propri uomini nel consiglio di amministrazione,

- ma soprattutto consente di selezionare gli acquirenti con trattativa privata, cosa che fa perdere molta trasparenza alle operazioni. Per di più, se la società municipalizzata è quotata in Borsa non è prevista la consueta modalità di dismissione che è l'offerta pubblica di vendita. I maligni potrebbero pensare che i nomi dei futuri acquirenti siano già scritti

Una svendita annunciata
Altro elemento da considerare è il valore di mercato dei servizi dismessi. A quanto verrà venduta l'acqua? Probabilmente a un prezzo scontato. La privatizzazione si basa sul presupposto (da dimostrare) che ci sia una forte domanda di investimento privato verso i servizi locali. Anche se così fosse, nel 2011 – il termine ultimo fissato dalla legge è il 31 dicembre di quell'anno – verranno messe in vendita le quote di tutte le municipalizzate italiane. Ci sarà un offerta enorme rispetto alla domanda che, per una basilare legge economica, farà crollare i prezzi delle società pubbliche. Il rischio della svendita è tutt'altro che remoto. E ancora una volta i benefici andranno ai privati, intesi come aziende acquirenti non come singoli cittadini. (A.D.M.)
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