Perché la
Grecia e la Spagna fanno così paura? Perché un
terremoto dell'euro con epicentro ad
Atene farebbe grossi danni anche a
Berlino, Parigi e Roma? E soprattutto che
effetti avrebbe sulle tasche di risparmiatori e consumatori? Sono le domande più sollecitate dalle notizie di questi giorni e dalla pericolosa
altalena delle borse. Per cercare di
prevedere i rischi è necessario innanzitutto capire di cosa stiamo parlando. Proviamo a farlo attraverso
tre parole-chiave che ricorrono con frequenza.
Nelle mani di AngelaLa prima parola è il nome della cancelliera tedesca
Angela Merkel, il più invocato. Basti per tutti l'editoriale del
Sole 24 Ore dal titolo più che esplicito:
"Schnell, Frau Merkel", faccia presto, signora Merkel. Ma cosa si chiede con tanta urgenza alla Germania? In sostanza che la
smetta di imporre una politica di austerità, di stretto controllo dei conti pubblici e dell'
inflazione, e accetti di far "ripartire i motori" dell'Europa, come scrive l'
Economist.
La Merkel, a capo della più forte economia europea, ha sempre accettato malvolentieri gli interventi strutturali a sostegno dei paesi deboli. Deve fare i conti con le pressioni dell'opinione pubblica interna che
teme di essere risucchiata nelle crisi degli altri. Non vuole cedere sovranità alle istituzioni comunitarie (Commissione europea e Bce) perché significherebbe dare più potere a paesi "rivali" (la Francia) o di cui non si fida (le economie del sud Europa, come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e anche l'Italia).
Come darle torto? Però è sempre più evidente che
sostenere l'euro conviene anche alla Germania almeno per due motivi:
1) come in tutto il resto d'Europa, anche le banche tedesche sono zeppe di
obbligazioni dei paesi a rischio: un ritorno alle rispettive valute deboli significherebbe un improvviso
crollo del valore di quei titoli;
2) la moneta unica consente alla Germania di dominare il mercato europeo esportando in tutta l'area. Se tornasse il
marco - o se nascesse un nuovo euro per una ristretta area di paesi virtuosi - il suo valore sarebbe insostenibile per i paesi delle valute "povere" (cioè le merci tedesche costerebbero troppo) e questo determinerebbe il
crollo delle esportazioni.
Tutti sotto l'ombrello della BceMa nessun paese da solo può scongiurare la crisi dell'euro. E' necessario uno sforzo congiunto. Veniamo quindi alla seconda espressione ricorrente in questo periodo:
unione bancaria europea. E' il passo successivo all'unione monetaria e importante tanto quanto l'unione fiscale (il cosiddetto
fiscal compact).
Il rischio della
fine dell'euro colpisce innanzitutto le banche. Per capire la gravità delle situazione basti pensare che la Commissione Europea ha previsto un
piano d'emergenza in caso di uscita della Grecia dell'euro. Lo
scenario prevede:
• un
blocco immediato della liquidità immessa dalla Bce nel circuito bancario,
• l'effetto panico e il conseguente
assalto agli sportelli da parte dei risparmiatori per recuperare i propri soldi;
• la conseguente necessita di
sospendere i prelievi bancomat per un certo periodo per evitare il collasso del sistema.
In questa prospettiva serve un organismo unico in grado di intervenire con autorità e tempestività. Significa dare
alla Bce il potere di vigilanza sulle banche togliendolo (o limitandolo) alle banche centrali nazionali, soprattutto per quei paesi che si sono dimostrati meno affidabili.
Ma in cambio di questa "sottomissione", i risparmiatori europei avrebbero l'ombrello della
Bce per i loro conto correnti. La Banca europea diventerebbe
garante dei depositi bancari al posto degli attuali
fondi nazionali, creati da accordi tra le stesse banche. Si tratterebbe, in sostanza, di una garanzia istituzionale da parte dello stesso organismo in grado di immettere (o togliere, a seconda delle necessità) liquidità nel sistema. La Bce in questo modo arriverebbe a
battere moneta (prerogativa riservata ancora alle banche nazionali).
Mettere in comune il debitoL'ultima parola è
Eurobond. Più precisamente:
unificazione dei debiti pubblici europei. Si tratterebbe di costituire un Fondo europeo nel quale collocare una certa quota del debito pubblico di ciascun paese (presumibilmente quella che supera il 60% del Pil). Il Fondo avrebbe la possibilità di emettere
obbligazioni per finanziare il debito stesso.
I paesi più forti, come la Germania, estenderebbero la loro
affidabilità (da tripla A) a questi titoli e i vantaggi ricadrebbero su tutti. Ma cosa ci guadagnerebbero i "forti" ad accollarsi i debiti altrui? Ancora una volta la
stabilità dell'intero sistema monetario e finanziario. Insomma, quando si è tutti sulla stessa barca l'alternativa è remare insieme o affondare insieme.
(A.D.M.)