Sembra che il primo obiettivo delle liberalizzazioni siano proprio le farmacie. Il prossimo
20 gennaio dovrebbe essere presentato un decreto per garantire meno rigidità, concorrenza sui prezzi e risparmi per i cittadini. Sarà, così è stata definita dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, una “
rivoluzione per decreto”.
I cardini della riforma sono essenzialmente due. Il primo ripropone la
vendita libera dei farmaci di fascia C, inserita e poi tolta dalla
manovra Salva-Italia. Un mercato, questo, che vale 3,1 miliardi l’anno, il 12% della spesa farmaceutica nazionale (26 miliardi). Si calcola che con questa liberalizzazione i
risparmi per i consumatori arriverebbero a 120 milioni.
L’altro punto potrebbe essere quello dell’
abbassamento del quorum farmacie-numero abitanti. Attualmente è una farmacia ogni 4.000 abitanti, la proposta è quella di arrivare a 2.500.
Oggi in Italia sono recensite
18mila farmacie – circa 1.500 quelle comunali – che impiegano 50mila farmacisti, di cui solo 18mila titolari. La licenza è assegnata dalle Regioni attraverso un apposito concorso pubblico. L’apertura di nuovi siti è condizionata dalla legge 362/1991 che fissa una farmacia ogni 4.000 abitanti, quorum da rispettare per i Comuni sopra i 12.500 abitanti (sotto questa soglia il quorum è di 5.000).
Gli iscritti all’ordine dei farmacisti sono 82mila (si calcola che circa 30mila professionisti non lavorano in farmacia). La
licenza è ereditabile (anche in Europa è così, a parte Finlandia e Svezia). La licenza comunque può essere venduta, con ricavi pari a 2/3 volte il fatturato (quello medio è stimato in 1,5 milioni all’anno). Secondo chi preme per una forte liberalizzazione, questo fatto rappresenta la maggiore rigidità dell’attuale mercato.